Come “scolpire” il Paese elettivo dell’Arte? Come un profilo geografico o una materia viva e pulsante? Mettendone in evidenza l’astratta bellezza o le contraddizioni? A questi interrogativi risponde Luciano Fabro, figura di spicco dell’Arte povera, con le sue quarantacinque Italie. Giacinto di Pietrantonio le racconta, analizzando uno dei cicli più emblematici dell’arte contemporanea, realizzato tra il 1968 e il 2006. Fabro usa la sagoma della penisola come forma guida per riflettere con occhio critico su luci e ombre del Paese. Le Italie sono un’opera aperta in costante metamorfosi, rivelando quanto sia mobile, fragile e controversa ogni immagine consolidata dell’Italia. Bronzo e stracci, marmo e vetro, acciaio, specchi e oro: materiali poveri e preziosi danno vita a un’Italia sospesa, rovesciata, fragile, lussuosa o misera. Non più solo mappa, ma corpo, mito, paesaggio mentale e politico.
In queste opere affiorano il “Bel Paese” dei poeti, lo stivale anatomico che calcia la Sicilia, i santi e gli eroi civili, le fratture tra Nord e Sud, tra splendore artistico e zone grigie. L’autore intreccia la serie di Fabro con una pluralità di sguardi sull’Italia (da Dante e Petrarca a san Francesco, da Mantegna a Pasolini, da Cucchi a Cattelan, da Pesce a Claire Fontaine) restituendo un’immagine antica e insieme modernissima: un’Italia che esisteva prima dell’Unità politica e che continua a reinventarsi nell’arte.