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Frenologia della vanitas

Il teschio nelle arti visive

La morte è il topos più frequentato dall’uomo, un turbamento che dalla notte dei tempi ne contrassegna l’immaginario e le opere. Ogni epoca abbonda di simboli legati all’idea della transitorietà, ma fra tutti ne spicca uno: il teschio, simulacro spesso “pensoso” che ci ammonisce sulla vanità di ogni cosa terrena e ci costringe a riflettere sui fini ultimi dell’esistenza.
Emblema della vanitas, il teschio ricorre nelle raffigurazioni medievali a suggello di corpi imputriditi che turbavano gli incauti viandanti. Emancipatasi dalla carne e ridotta a “corpo secco”, la optima pars dello scheletro si avvia, già in pieno Rinascimento, verso il suo apogeo seicentesco. In seguito l’effigie scheletrica conosce alterne fortune. Nel Settecento perde gran parte dell’afflato macabro a vantaggio di rifioriture dei sottogeneri connessi al memento mori, senza esaurire, peraltro, la sua carica dirompente. E se nell’Ottocento conosce una fiacca ripresa, è nel corso del Novecento che riacquista buona parte del suo magistero. La sua esasperata popolarità corrisponde però al crinale del nuovo millennio, quando teschi e scheletri tornano a signoreggiare fra le arti visive. Un vertiginoso incremento, quantitativo più che qualitativo, a cui non corrisponde automaticamente una rinnovata vitalità. Sembra infatti che l’arte si sia a tal punto assuefatta all’effigie del teschio da esserne quasi anestetizzata.
Inerte, incapace di incutere paura o di imporre una morale, la testa di morto appare oggi più che mai devitalizzata. È questa la diagnosi cui giunge l’autore di Frenologia della vanitas al termine di un lungo e articolato vagabondare. Un percorso che procede attraverso accostamenti inusuali e connessioni tra contemporaneità e tradizione, tra stili ed epoche. La rinuncia a una cronologia e a ogni altro criterio classificatorio favorisce uno sviluppo rizomatico, sostenuto da una forte apprensione per l’avvenire del teschio.

Scritto da
Argomento Panorami
Collana Parole e immagini
Editore Johan & Levi
Dimensioni 16.5 x 24 cm
Pagine 416 pagine
Volume 151 immagini bn
Pubblicazione 06/2011
ISBN 9788860100382
 

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Indice testuale

Premessa dell’autore - Craniologie, craniometrie & cranioscopie dell’arte
Liber mortuorum - Prolusione allo spazio e al tempo della vita
Mors certa, hora incerta - Vanitas e memento mori
Non omnis moriar - Esiste una clausola invariabile: “e poi morì!”
Tempus erit - Anche in Arcadia c’è morte
Sic transit gloria mundi - Le mostre sono dure a morire
Hic et nunc - Dal corpo verminoso al corpo secco
Reductus in pulverem - L’esilio della carne verso la cenere
Finis vitae, finis mundi - L’Apocalisse, costante ultima della morte
Mors omnia vincit - Tra danze e trionfi
Habeas vitam - Apologia della miseria umana
Cogitata mori - San Girolamo e Cesare Lombroso: viatico tra fede e razionalismo
Panopticon - L’argot criminale
Caput mortuum - All-Hallows-Eve: alla vigilia di Ognissanti
Cogitata species - Essere o non essere, tutto il resto è silenzio
In saecula saeculorum - Finché morte non vi separi (per poi ricongiungervi)
Contemptus mundi - Le nature silenziose
In articulo mortis - Simboli d’opulenza e di lordura
Opus magnum, omnia vanitas - Teschi lumeggianti
Imago mortis - Jan Fabre, l’entomologo
Adoratio mortis - I teschi di cristallo
Similia similibus curantur - Dall’Homo erectus al computer preistorico
R.I.P. (Requiescat in pace) - Effemeridi spiritiche
Conditio sine qua non - Sui cervi volanti
Plus salis quam sumptus - Lusso sfrenato – La posterità di Hirst
Imponderabilia - A proposito di “quel che luccica”
Post hominem vermis, post vermem foetor et horror - L’essere morti non ci dà riposo
Modus vivendi - Autoritratto con teschio
Ars longa, vita brevis - Guardare la morte in faccia
Neapolis - Vedi Napoli e poi muori
Mens sana in corpore sano - Una risata ci seppellirà tutti
Humor melancholicus - Il quarto temperamento dell’alchimia
Ars sine scientia nihil est - (Scheletriche) “prospettive curiose”
Disiecta membra - Sangue chiama sangue
Tempus facit experientiam - La fragile eternità di Quinn
Nomina sunt omina - Equivoco illegittimo: teschio o cranio?
Cogito ergo sum - Pensare (e osare dire) il teschio
Morituri inter mortuos - Polverose epigrafi
De mortuis nihil nisi bonum - Ossari e altri offici funerari
Principium individuationis - Fine Ottocento, primo Novecento
Miraculum mortuorum - Terzo millennio, la legge del rendimento crescente
Mixtum compositum - I plurimi possibili dell’arte contemporanea
Variatis variandis - “Autunno” cinese
Currit ferox aetas - Restano solo le ossa
Respice finem - L’etno-antropologia di Barceló
Josaphat - Bisogni indotti, o della pantomania funebre
Vox populi - L’immaginario popolare
Omnia mors aequat - Dal Jolly Roger al Pericolo di morte
Homo immortalis - Il caso De Dominicis
Viriditas - Bugie e sofismi
De profundis - L’asprezza delle radiografie
Theatrum mundi - La fotografia: temps révolu
Requiem (aeternam dona eis, Domine) - Negli aggregati d’ossa di Jiri Georg Dokoupil
Rara avis - Da furor (teutonico) a cenere
Post mortem - Postmodern
Finis coronat opus - Le ultime parole: commiato

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