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Alberto Zanchetta

Frenologia della vanitas

Il teschio nelle arti visive

  • ISBN: 978-88-6010-038-2
  • Anno: 2011
  • Pagine: 416
  • Formato: 16,5 x 24 cm
  • Illustrazioni: 151 b/n
  • Prezzo: 33,00 €

La morte è il topos più frequentato dall’uomo, un turbamento che dalla notte dei tempi ne contrassegna l’immaginario e le opere. Ogni epoca abbonda di simboli legati all’idea della transitorietà, ma fra tutti ne spicca uno: il teschio, simulacro spesso “pensoso” che ci ammonisce sulla vanità di ogni cosa terrena e ci costringe a riflettere sui fini ultimi dell’esistenza.
Emblema della vanitas, il teschio ricorre nelle raffigurazioni medievali a suggello di corpi imputriditi che turbavano gli incauti viandanti. Emancipatasi dalla carne e ridotta a “corpo secco”, la optima pars dello scheletro si avvia, già in pieno Rinascimento, verso il suo apogeo seicentesco. In seguito l’effigie scheletrica conosce alterne fortune. Nel Settecento perde gran parte dell’afflato macabro a vantaggio di rifioriture dei sottogeneri connessi al memento mori, senza esaurire, peraltro, la sua carica dirompente. E se nell’Ottocento conosce una fiacca ripresa, è nel corso del Novecento che riacquista buona parte del suo magistero. La sua esasperata popolarità corrisponde però al crinale del nuovo millennio, quando teschi e scheletri tornano a signoreggiare fra le arti visive. Un vertiginoso incremento, quantitativo più che qualitativo, a cui non corrisponde automaticamente una rinnovata vitalità. Sembra infatti che l’arte si sia a tal punto assuefatta all’effigie del teschio da esserne quasi anestetizzata.
Inerte, incapace di incutere paura o di imporre una morale, la testa di morto appare oggi più che mai devitalizzata. È questa la diagnosi cui giunge l’autore di Frenologia della vanitas al termine di un lungo e articolato vagabondare. Un percorso che procede attraverso accostamenti inusuali e connessioni tra contemporaneità e tradizione, tra stili ed epoche. La rinuncia a una cronologia e a ogni altro criterio classificatorio favorisce uno sviluppo rizomatico, sostenuto da una forte apprensione per l’avvenire del teschio.

  • Note sull'autore
  • Sommario
  • Rassegna stampa
  • Approfondimenti

Alberto Zanchetta, critico d’arte e curatore indipendente, insegna Storia dell’arte contemporanea alla LABA di Brescia. Ha pubblicato il pamphlet Antologia del misogino (2006) e il saggio Humpty Dumpty Encomion (2007). Attualmente scrive per Flash Art, Arte e critica, Espoarte ed è stato collaboratore di Inside e Around Photography. Dal 2012 è direttore del MAC - Museo d'arte contemporanea di Lissone.

Premessa dell’autore - Craniologie, craniometrie & cranioscopie dell’arte

Liber mortuorum - Prolusione allo spazio e al tempo della vita

Mors certa, hora incerta - Vanitas e memento mori

Non omnis moriar - Esiste una clausola invariabile: “e poi morì!”

Tempus erit - Anche in Arcadia c’è morte

Sic transit gloria mundi - Le mostre sono dure a morire

Hic et nunc - Dal corpo verminoso al corpo secco

Reductus in pulverem - L’esilio della carne verso la cenere

Finis vitae, finis mundi - L’Apocalisse, costante ultima della morte

Mors omnia vincit - Tra danze e trionfi

Habeas vitam - Apologia della miseria umana

Cogitata mori - San Girolamo e Cesare Lombroso: viatico tra fede e razionalismo

Panopticon - L’argot criminale

Caput mortuum - All-Hallows-Eve: alla vigilia di Ognissanti

Cogitata species - Essere o non essere, tutto il resto è silenzio

In saecula saeculorum - Finché morte non vi separi (per poi ricongiungervi)

Contemptus mundi - Le nature silenziose

In articulo mortis - Simboli d’opulenza e di lordura

Opus magnum, omnia vanitas - Teschi lumeggianti

Imago mortis - Jan Fabre, l’entomologo

Adoratio mortis - I teschi di cristallo

Similia similibus curantur - Dall’Homo erectus al computer preistorico

R.I.P. (Requiescat in pace) - Effemeridi spiritiche

Conditio sine qua non - Sui cervi volanti

Plus salis quam sumptus - Lusso sfrenato – La posterità di Hirst

Imponderabilia - A proposito di “quel che luccica”

Post hominem vermis, post vermem foetor et horror - L’essere morti non ci dà riposo

Modus vivendi - Autoritratto con teschio

Ars longa, vita brevis - Guardare la morte in faccia

Neapolis - Vedi Napoli e poi muori

Mens sana in corpore sano - Una risata ci seppellirà tutti

Humor melancholicus - Il quarto temperamento dell’alchimia

Ars sine scientia nihil est - (Scheletriche) “prospettive curiose”

Disiecta membra - Sangue chiama sangue

Tempus facit experientiam - La fragile eternità di Quinn

Nomina sunt omina - Equivoco illegittimo: teschio o cranio?

Cogito ergo sum - Pensare (e osare dire) il teschio

Morituri inter mortuos - Polverose epigrafi

De mortuis nihil nisi bonum - Ossari e altri offici funerari

Principium individuationis - Fine Ottocento, primo Novecento

Miraculum mortuorum - Terzo millennio, la legge del rendimento crescente

Mixtum compositum - I plurimi possibili dell’arte contemporanea

Variatis variandis - “Autunno” cinese

Currit ferox aetas - Restano solo le ossa

Respice finem - L’etno-antropologia di Barceló

Josaphat - Bisogni indotti, o della pantomania funebre

Vox populi - L’immaginario popolare

Omnia mors aequat - Dal Jolly Roger al Pericolo di morte

Homo immortalis - Il caso De Dominicis

Viriditas - Bugie e sofismi

De profundis - L’asprezza delle radiografie

Theatrum mundi - La fotografia: temps révolu

Requiem (aeternam dona eis, Domine) - Negli aggregati d’ossa di Jiri Georg Dokoupil

Rara avis - Da furor (teutonico) a cenere

Post mortem - Postmodern

Finis coronat opus - Le ultime parole: commiato

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