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James Westcott

Quando Marina Abramović morirà

  • ISBN: 978-88-6010-030-6
  • Anno: 2011
  • Pagine: 352
  • Formato: 15,5 x 23 cm
  • Illustrazioni: 120 b/n
  • Prezzo: 32,00 €

Belgrado 1974. Marina Abramović dà fuoco a una monumentale stella a cinque punte, simbolo del regime di Tito, ci si distende dentro fino a svenire per asfissia. Un anno dopo a Napoli, uno spettatore le punta al collo una pistola carica: l’artista ha sfidato il pubblico a usare su di lei, risolutamente passiva, uno qualsiasi degli oggetti predisposti su un tavolo. New York 2002. Marina vive per dodici giorni in un’abitazione pensile allestita alla Sean Kelly Gallery. Digiuna. Il solo nutrimento è l’avido sguardo degli astanti che la osservano bere, dormire, lavarsi e urinare. Tra la schiera di spettatori c’è James Westcott: è il suo primo incontro con “la nonna della Performance Art”, come lei ama definirsi, e l’incipit di Quando Marina Abramović morirà, biografia intima di un’artista che da quarant’anni gioca con la morte mettendo il proprio corpo al centro di performance leggendarie.
Agli esordi, lanciarsi nell’arte performativa significa per Marina ribellarsi a un’educazione “militarizzata”, tiranneggiata da una madre che le impone diktat culturali comunisti e non la bacia mai. Il taglio netto con Belgrado e il decollo della carriera avvengono dopo l’incontro con l’artista tedesco Ulay, con il quale, a bordo di un furgone Citroën trasformato in casa mobile, gira l’Europa e si esibisce in pezzi che mettono a nudo una simbiosi estrema culminata nell’esibizione di Nightsea Crossing. Ripetuta novanta volte in cinque anni, i due si fissano negli occhi per sette ore consecutive, seduti immobili a un tavolo. Nell’ultima performance di coppia, Marina e Ulay s’incamminano dalle estremità opposte della Grande Muraglia cinese per incontrarsi a metà strada, tre mesi dopo, e dirsi addio. Di nuovo solista e presto consacrata dal Leone d’oro del 1997, Abramović approda infine sotto i riflettori di New York, da dove domina tuttora la scena artistica internazionale.
Piu volte le è stato chiesto se durante le sue audaci azioni abbia mai avuto paura di morire. «Okay, muoio. E allora?» risponde. «La vita è un sogno e la morte è un risveglio. Piuttosto, dovremmo pensare a quanto è preziosa la nostra esistenza e al modo insensato in cui la sprechiamo.»

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James Westcott ha scritto di arte, architettura e politica per numerose testate tra cui il Guardian e Village Voice ed è stato editor per artreview.com. Attualmente collabora a AMO, la think tank ed è braccio editoriale della Office for Metropolitan Architecture di Rem Koolhaas.

Ringraziamenti Nota al testo Prefazione Introduzione

 Prima parte Jugoslavia 1946-1975

1. Il male di nascere

2. Storie partigiane

3. Mestruazioni, masturbazioni, emicranie

4. Autogestione

5. La vita nell’arte

6. Un’arte nuova per una nuova società

7. Il suono si fa carne

8. Riti di passaggio

9. Segni

Seconda parte Ulay 1975-1988

10. 30 novembre + 30 novembre

11. Artist Must Be Beautiful

12. Energia mobile

13. Forza motrice

14. Chi crea i limiti

15. Aborigeni

16. La coppia del serpente va avanti

17. Teatro e tragedia

18. Astinenza e storie di letto

19. Rivelazioni

20. The Lovers

Terza parte Solista: dal 1988...

21. Spirituale-Materiale

22. Biography

23. Balcanizzazione

24. Per sempre temporaneo

25. Normalità

26. Il topo lupo e il Leone d’oro

27. Accordi e disaccordi

28. Biografo

29. La Performance Art come arte da mettere in scena

30. La conoscenza della morte

 

Epilogo

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