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Dalla copertinaParigi, il 1° luglio 1867, inaugurazione dell’Esposizione Universale: la Guerra di Secessione è finita, i paesaggisti statunitensi, esponenti della prima autentica scuola americana, ritornano in Europa convinti di meritare elogi, premi,
medaglie. Ma anziché un trionfo li aspetta una cocente sconfitta: la critica francese distrugge il loro sogno di successo stroncando con frecciate sarcastiche e commenti crudeli le grandi tele gremite di cascate maestose, alberi secolari,
orizzonti smisurati, insomma tutto quanto ha di meglio da offrire una nazione che smania di affermarsi nel settore artistico come sta facendo in campo economico.
L’esposizione americana, dicono i francesi, «è indegna dei figli di Washington […] giovane e grezza, in mezzo alle nostre vecchie culture fa l’effetto di un gigante sperduto in una sala da ballo».
L’inattesa umiliazione sfocia anzitutto su un esame di coscienza: perché la patria di Melville e Poe è incapace di generare pittori di forza espressiva pari a quella dei suoi maggiori scrittori?
Che cosa devono fare i pittori di una giovane nazione per farsi rispettare dai paesi del vecchio mondo? È possibile colmare il divario abissale che li separa dall’arte europea? Per il momento, non hanno scelta: sono costretti a piegarsi al gusto dei francesi, perché i maestri francesi sono gli arbitri indiscussi della pittura mondiale. In realtà l’insuccesso parigino del 1867 diventa lo stimolo che condurrà i “figli di Washington” a trasformare in sfida lo scacco patito. A centinaia i pittori americani partono per la Francia, si stabiliscono a Parigi, dove frequentano i corsi di maestri del calibro di Gérôme e Cabanel; poi fondano nuove “colonie” di artisti, come quella di Pont-Aven, in Bretagna, diventata leggendaria. L’affermazione dei più grandi – Whistler, Sargent, la Cassatt – aprirà la strada del successo a una selva di pittori che, nell’arco di due generazioni, sostenuti in patria dalle impressionanti risorse di mecenati e filantropi e da straordinarie strutture espositive (prima fra tutte il MoMa di New York), riusciranno a eclissare Parigi, facendo dell’America
la nuova terra d’elezione dell’arte, il centro pulsante della pittura mondiale che attirerà a sé anche notissimi artisti francesi.
L’epopea dei pittori americani raccontata da Cohen-Solal spazia da Parigi a New York, da Giverny a Chicago, da Pont-Aven a Taos, per approdare alla Biennale di Venezia del 1948, dove vengono esposte per la prima volta in Europa otto tele di un artista ignoto ai più, Jackson Pollock, che di lì a poco verrà celebrato nel mondo intero come primo e assoluto maestro della pittura americana.
SommarioParte prima
Gli Argonauti e il Vello d’oro. 1855-1900
Prologo. Parigi, 1867: un gigante sperduto in una sala da ballo
1. Un paese senza cattedrali
2. Una generazione di pionieri
3. Il magnifico spettro del genio
4. “I greci del nostro tempo”
5. Pont-Aven, colonia americana
6. Risse, fracasso, schiamazzi
7. Maestri e discepoli: Rembrandt, Rubens, Gérôme
8. New York, “l’avvenimento culturale dell’anno”
9. Con o senza pungiglione: Whistler, la farfalla
10. Due americani “cosmopoliti e colti”
11. Onorificenze, medaglie, menzioni onorevoli
12. Il successo: una nuova scuola “maturata qui da noi”
Parte seconda
Il ritorno dei figlioli prodighi. 1870-1913
1. Un complotto segreto ai danni di Thomas Eakins
2. “Renderemo fertile il terreno degli Stati Uniti…”
3. La “banda Monet”
4. Chicago, 1893
5. La nuova moda americana delle collezioni
6. Dalla “scuola dell’ombra azzurra” al Gruppo dei Dieci
7. La rivincita di Thomas Eakins
8. “Come Take a Ride Underground”
9. La scuola della spazzatura contro l’Accademia
10. Entrano in scena i fotografi
11. Viaggio nel paese dei fauves
12. I modernisti sull’oceano
Parte terza
Da Notre-Dame al ponte di Brooklyn. 1913-1948
1. “Guai a chi muore ricco” ovvero Filantropi per tutti i gusti
2. “Un vento glaciale da Est spirò sui nostri artisti”
3. “Santa Fé è la nostra speranza”
4. 1915: New York capitale mondiale dell’arte
5. “Mecenate”: genere femminile, numero plurale
6. Il “primo museo d’arte moderna del mondo”
7. “Senza quel dannato sapore francese”: il modernismo
degli Stati Uniti
8. “Attenzione! Lavori in corso”
9. Le Demoiselles vanno in America
10. “La febbre del West”: gli europei nel Nuovo Mondo
Finale. La danza eroica di Jackson Pollock
Epilogo. New Mexico, 1998: viaggio a Taos